Settimana Astigiane, Alessandro Artom

Settimane Astigiane, dedicate ad Alessandro Artom (Asti, 6 maggio 1867 Roma, 10 maggio 1927)

Alessandro Artom e lo sviluppo della Scienza Italiana dopo il Risorgimento

Prima di iniziare la mia presentazione permettetemi di ringraziarVi di tutto cuore per l’onore che mi avete concesso di venire a parlare assieme a Voi
di uno studioso di scienze elettromagnetiche, di un grande italiano, di un Grande Piemontese…

Parlare di Scienza e dei suoi Protagonisti – meglio ancora se Italiani – è una grande occasione. Anche se l’Italia,  non ancora del tutto libera da un certo provincialismo, alimenta ancora l’dea bislacca che esistano due culture  distinte: quella umanistica e quella scientifica; e che magari quella scientifica sia di serie b.

Come se avesse un senso compiuto conoscere Dante ignorando nel contempo Galileo. Pensando così che la cultura umanistica alimenti lo spirito e la scienza sia solo una semplice conoscenza efficace. Utile magari, quando va bene, solo per migliorare la qualità della vita.

Il grande tradimento della Storia è quello dei chierici , che hanno dato le ali agli angeli, perché in paradiso non si va con il volo delle ali, ma con il lavoro delle mani. In realtà non è  così perché la conoscenza, se è tale, se cioè, integrandosi con  l’esperienza, riesce a diventare sapienza, non può che essere trasversale.

Con Einstein scienza è ben altro :

“Voglio capire come Dio ha creato il mondo. Non mi interessa questo o quel fenomeno in particolare, voglio penetrare a fondo il Suo pensiero.
Il resto sono solo minuzie […] l’esperienza più bella che possiamo avere è il senso del mistero, l’emozione fondamentale che accompagna la nascita dell’arte autentica e della vera scienza. Colui che non la conosce, colui non può più provare meraviglia e stupore, è già come morto
ed i suoi occhi sono incapaci di vedere”
A. Einstein

La biografia di un grande uomo, per essere veramente tale e non ridursi ad essere invece una semplice cronologia frammista ad eventi e ad indiscrezioni, deve essere l’affresco di un’epoca e di una temperie culturale.

Nel nostro caso le premesse:

  • Temporali
  • Ambientali
  • Sociali
  • Culturali

ci sono tutte.

La data di nascita è il 1867. L’anno della morte di Faraday. Da tre anni Maxwell, il padre dell’Elettromagnetismo, ha elaborato il suo Grande Disegno, la Dynamical Theory: elettricità, magnetismo ed ottica si unificano e, all’interno di uno spazio fisico che si compromette con l’evento, i fenomeni si propagano per onde. In un etere che diventa sempre più volatile e che già è visto ormai come il «nome inventato per dare un soggetto al verbo ondulare».

Da qualche anno Maxwell ha lasciato ogni impegno accademico e si è ritirato nella sua tenuta in Scozia per scrivere il suo Grande Trattato;

Nel 1870 la battaglia di Sedan, con la quale il più forte esercito del mondo, quello di Napoleone III, è sbaragliato dalla Prussia, gli fa intuire che il declino dell’Impero Britannico è iniziato;

E lui, nel generoso tentativo di ritardarlo, anticipa la pubblicazione della sua Opera; Nel 1873, a Cambridge, esce il suo Trattato: l’elettromagnetismo classico è nato.

Nel 1879, l’anno della nascita di Einstein, James, all’età di 48 anni, improvvisamente, muore; È questo, forse non del tutto occasionalmente, il secondo avvicendamento tra i quattro grandi: Newton era nato infatti proprio nello stesso anno in cui Galileo moriva.

Solo nel 1888, con l’esperimento di Hertz sulle onde elettromagnetiche, la sua Dynamical Theory verrà accettata. La metafora scientifica della sua displacement current diventerà una realtà ed aprirà l’era delle telecomunicazioni. Di lì a poco essa decreterà la caduta definitiva della meccanica newtoniana e la nascita conseguente della relatività.

Ma torniamo al 1867; Maxwell, che conduce vita ritiratissima nella sua Scozia, impara l’italiano e viene in Italia per parlare di Fisica, a Firenze, con Matteucci.

La cultura toscana è ben presente: Nel 1831, prima di pubblicare la legge dell’induzione magnetoelettrica, Faraday si consulta con Felici a Pisa e gli chiede il benestare; Non a caso, a Torino, ancor oggi, si parla di legge di Faraday-Felici; E poi c’è, con il suo stato elettrotonico, la grande influenza di Mossotti;

Quanto a Maxwell? Basta semplicemente aprire il suo trattato e contare le citazioni; apriamo dunque il Treatise

  • Kelvin : 123
  • Faraday: 94
  • Laplace : 50
  • Ampére : 44
  • von Helmholtz : 32
  • Ohm : 30
  • Tait : 30
  • Kirchhoff : 22
  • Lagrange : 21
  • Coulomb : 21
  • Stokes : 11
  • Heaviside : 6

Passiamo ora agli autori italiani, sono 17 e vanno da Orazio e Virgilio fino a Francesco Brioschi, non li citeremo tutti Accanto ai soliti Cassini (1), Galileo (3), Galvani (3), Torricelli (1), Spallanzani (1),Volta(11),Matteucci (3).

Citeremo:

  • Betti: 1
  • Brioschi: 1
  • Mossotti: 4

Nel 1867, Ferraris ha 20 anni: forse non a caso, il Piemontese è nato nel 1847, nell’anno in cui von Helmholtz (studiando la decomposizione dei cadaveri) ha enunciato il principio di conservazione dell’energia;

Ferraris, a Torino, è alle prese con Meccanica Razionale, per la quale si porterà a casa solo un modesto 28/30;

Suo docente di fisica tecnologica è il Codazza, un allievo del Mossotti;

Da lui apprenderà il senso del rigore e l’uso parco, ma tuttavia incisivo, della matematica;

Ferraris si dà una preparazione rigorosa e per questo diventa il Padre della moderna ingegneria elettrica scientifica. Nel frattempo legge e studia il pensiero di due grandi: Cavour e Cattaneo, del primo fa propria la convenzioni che, «privata del vapore [la fonte energetica del momento, ndr] l’Inghilterra avrebbe subito una perdita più grave che se avesse perduto la sua flotta», dal secondo acquisisce idee politiche che lo portano a guardare alla federazione Svizzera come ad un modello.

Pensa già all’energia che, trasmessa per le valli del suo Piemonte, distribuisca benessere; Non a caso la sua tesi sarà sulle trasmissioni telodinamiche (potenza meccanica distribuita a distanza tramite pulegge); in seguito si limiterà a sostituire la potenza meccanica con quella elettrica; e, a questo scopo, elaborerà la teoria scientifica del trasformatore ed inventerà il campo rotante; diventerà per questo il padre della moderna elettrotecnica scientifica e l’artefice della seconda rivoluzione industriale.

Per ora, sulla scia della pila voltiana, mentre sta studiando a Torino, il regime elettrico adottato è quello della corrente continua. A Pisa un fisico tecnologico, Pacinotti, ha perfezionato il principio del raddrizzamento meccanico inventato da Ampère.

Si comincia a capire che il vapore non basta:

E che al suo posto occorre far spazio all’elettricità: Vengono buoni gli esperimenti di Faraday.

E la tecnologia se ne impadronisce, al più comodo rotatorio in fondo si tratta solo di passare dal traslatorio.

Pacinotti è un fisico tecnologico della scuola di Pisa. Più vicino a Fourier (e dunque alla teoria analitica del calore) che non a Laplace (e dunque alla teoria magnetoelettrica) è legato sempre all’immediatamente sensibile; non avrà una comprensione chiara e rigorosa della sua macchinetta ed una sua tenzone con il Poggendorf varrà a dimostrarlo. Perfeziona però il circuito magnetico; Comprende la reversibilità della sua macchina, e soprattutto mostra nel 1865, anticipando così la teoria unificata del 1929 negli USA, che il campo generato dall’indotto, ruotando le spazzole, può essere reso rotante.

Pacinotti, come Meucci ed in seguito Marconi, ha chiara consapevolezza dell’impatto industriale-commerciale della sua macchina, ma non approda ad alcun risultato: la sua dinamo si affermerà infatti in Francia con Gramme.

L’Italia dell’epoca è agricola; Non ha un’imprenditoria degna di questo nome; Culturalmente l’Italia è attratta dalla “luce del sommo vero”; Ha più scuole di canto e di disegno che non di scienza e tecnica; Finito il Risorgimento, si regolano una volta per tutte i conti e si pensa alla normalizzazione: i fisici sono stati patrioti e quindi, quali arruffa popoli, avranno poche cattedre; i matematici sono stati invece più tranquilli ed avranno pertanto più cattedre; Tra Matteucci, ministro della pubblica istruzione- scienziato e Corbino, anch’egli ministro della pubblica istruzione- scienziato , passerà un interregno con ministri di “tutt’altra formazione”;

Dopo la guerra del 1859, Franz Joseph, a Budapest, trasforma la Ditta Ganz, costruttrice di trebbiatrici, in un’industria elettrica; Diventerà, sul finire del secolo, l’azienda più prestigiosa del settore; L’italia di fine secolo è la terza produttrice di energia idroelettrica del mondo; Ma ha una ricerca di settore del 3 per mille…. Segno che produce su licenza… Perché inventare quello che è già stato inventato da altri? Meglio lavorare su licenza, favorendo così turbe di venditori e faccendieri piuttosto che non agguerriti manipoli di studiosi…

E poi, che diamine, l’Italia del tempo non ha problemi energetici: L’energia meccanica non serve per muovere i telai delle industrie tessili? Allora, visto che a differenza dell’Inghilterra, non vi è una legge di settore, Non vale forse la pena, per muovere i telai, di usare i bambini? Energia: chi era costei?

A Milano, nel 1863, sorretta dalla Società di Incoraggiamento Arti e Mestieri di Franz Joseph, nasce la teresiana scuola di Ingegneria;

Negli anni ’90, seguito a qualche anno di distanza da Torino, diventerà il Politecnico di Milano.

A fondarlo ed a guidarlo saranno un illustre matematico, il Brioschi, ed un ingegnere con le palle d’acciaio, il Colombo. Con un motto: «non impediamo Alle aquile di volare alto».

L’8-marzo-1883 nasce, vicino al Duomo, la Centrale di Santa Radegonda, la prima centrale termoelettrica d’Europa…  Sono gli anni dell’illuminazione elettrica di Piazza Duomo e del Teatro alla Scala.

Mentre Torino si avvicina sempre più a Lagrange, Milano si riconosce sempre di più in Edison… Con la volontà di “dare a Milano la superiorità scientifica in Italia”, con l’orgoglio di un”’iniziativa privata” che si riconosce in “uomini illuminati e ricchi”, con un lascito di 400.000 lire,
l’industriale farmaceutico Carlo Erba, fonda l’Istituzione Elettrotecnica Italiana Carlo Erba.

È il 1886 ed il terreno su cui edificarla, “i boschetti”, parte del giardino della Villa Bonaparte del Pollack, sarà offerto, quasi a cementare un legame tra Casa Savoia e la Borghesia Illuminata Milanese, da Margherita ed Umberto di Savoia.

Quell’Istituzione Lustro dell’Elettrotecnica Italiana, diventerà, con la scelta non casuale dell’aggettivo industriale, Istituto di Elettrotecnica Industriale.

Ma torniamo alle dinamo. Sarà poi la volta della macchina Hopkinson-Edison Ferraris, esaminando la struttura di quei circuiti magnetici, parlerà di “insegnamento della disfatta”.

E poi ci saranno tante altre dinamo. Fino ad arrivare, al Tecnomasio Italiano, alla più bella di tutte: quella di Bartolomeo Cabella

Ma ormai, con la II rivoluzione industriale che bussa alle porte, la corrente continua non basta più. Le maggiori distanza tra le centrali e gli opifici richiedono tensioni sempre più elevate che i generatori non possono dare e che solo il trasformatore può fornire; Occorre dunque il passaggio all’alternata, con una nuova teoria matematica che consenta di analizzare il fenomeno, con una teoria del trasformatore per ora affidata a sedicenti tecnici e con un motore che, a differenza di quello di Pacinotti, possa lavorare in alternata.

L’illetterato-praticone Edison non se ne rende ancora conto. Ma il Prof. Ferarris invece sì e con la massima chiarezza; Laureatosi in ingegneria al Museo Industriale di Torino, ha conseguito l’idoneità a matematica e sta studiando i grandi autori: Fresnel, Kelvin, Faraday, von Helmholtz, Maxwell, Kelvin, Heaviside e Kapp.

Tra qualche anno sarà considerato tra i massimi, se non il massimo…, scienziato elettrico del mondo. Al punto tale che, puntualmente, i suoi articoli, non appena pubblicati presso l’Accademia delle Scienze di Torino, prontamente tradotti in inglese, saranno subito sulle scrivanie dei ricercatori della General Electric, quella General Electric che Edison, smentito dai fatti, fonderà quando si renderà conto che non la continua, ma l’alternata è l’arma vincente per la II Rivoluzione Industriale.

Ferraris, instacabile, studia, ricerca ed insegna… Insegna Fisica Tecnologica a Torino ricoprendo la cattedra che era stata di Codazza, il suo maestro;
Crea l’insegnamento di Elettrotecnica e, nell’ambito di questo, dà vita ad una scuola di grande prestigio internazionale;

Ha incarichi per conto del Governo Italiano; Ha contatti di scambio, in quello che oggi è l’Erasmus, con l’Istituto Elettrotecnico più prestigioso d’Europa: l’Istituto Montefiore di Liegi; La Ditta Ganz, di Budapest, la più prestigiosa del settore, lo vuole come consulente per i progetti dei propri trasformatori, ma, siccome il Prof. Ferraris si occupa di scienza e tecnologia, il suo stipendio di Docente gli viene dal Ministero dell’Agricoltura….

Del resto i finanziamenti per lo sua teoria del suo trasformatore, i cui esiti renderanno possibile la II rivoluzione industriale, vengono dalle tasche di Margherita di Savoia che, pur filoprussiana, non ne può più dello strapotere di quella nazione…

Suo è il disegno, su modello prussiano, della divisa dei Corazzieri; Ma suoi sono pure i quattrini per la sperimentazione, a livello finalmente scientifico, della prima linea con trasformatore: la Torino-Lanzo.

Il prof. Ferraris è il padre sia del traformatore che della macchina asincrona: Delle due macchine, cioè, su cui poggia la rivoluzione industriale

Ma l’importante è altro: È il percorso da lui seguito per giungere a questi contributi a far la differenza; La loro analisi dimostra infatti quale fosse il livello della Scuola Italiana, anzi Piemontese…, del tempo; Una revisione di quei contenuti non potrà che portare, almeno sul piano scientifico, ad una rilettura e ad una rivalutazione dell’italietta umbertina.

Entrambe le macchine furono derivate ben conoscendo – e profondamente credendovi – su una teoria maxwelliana che ancora non era stata confermata sperimetalmente da Hertz!!!!!

L’idea di Ferraris  È quella di ottenere un campo magnetico rotante a partire da circuiti fissi per far questo sfrutta l’unità tra elettromagnetismo ed ottica evidenziata dalle teoria di Maxwell e sfrutta l’analogo magnetoelettrico delle leggi dell’ottica di Fresnel: Realizzando così la sua macchina il girrarosto.

Il galantuomo del vecchio Piemonte Risorgimentale

  • Il trentaduesimo di coniglio vapore
  • I contatti con la Westinghouse
  • Il suo ruolo da assessore a Livorno Vercellese
  • Il suo studio ininterrotto
  • La sua candida confessione a Thovez
  • La nomina a Senatore del Regno
  • Il suo rifiuto di trasferirsi a Roma

Il Senatore Prof. Galileo Ferraris, Accademico dei Lincei: i Torinesi gli erigeranno una statua che vorranno alta come quella del loro Gran Re.

Torniamo dunque alla scuola dei galantuomini del Vecchio Piemonte:

  • Cavour,
  • d’Azeglio,
  • Pomba,
  • Caprilli,
  • Einaudi

Fino ad arrivare ai “ragazzi di via Po”.

All’uso che Ferraris fa di Poynting: Ai suoi contatti, a Fermo, con Temistocle Calzechi-Onesti; All’influenza che avrà su Giorgi.

All’altro grande scienziato italiano: Augusto Righi

La scuola di Ferraris ebbe, tra i molti altri, tre esponenti di assoluto rilievo, che ne continuarono, ciascuno in uno dei molteplici settori indagati dal Maestro, l’Opera. Riccardo Arnò, Emanuele Jona, Alessandro Artom.

Alessandro Artom fu dunque, all’interno di quel mondo scientifico e morale che è stato ricordato, uno dei discepoli e dei continuatori di Galileo Ferraris. Se la sua grandezza scientifica e morale debbo suscitare ammirazione, non possono tuttavia destare stupore: esse furono infatti, all’interno di quel mondo, la conseguenza diretta ed oggettiva di quei Valori.

Si specializza in Elettrotecnica nel 1896 sotto la guida di Ferraris; Scelto come suo assistente dal Maestro, inizia ad occuparsi di radiotelegrafia; Crea la prima Scuola Superiore di Comunicazioni Elettriche in Italia; Ne è docente per vent’anni; Poste le basi per le trasmissioni unidirezionali, nel 1907 realizza la prima antenna chiusa triangolare;

Si occupò nella I GM, per conto della Regia Marina, di radiotelegrafia; In quegli stessi anni creò io radiogoniometro; Si occupò di fenomeni atmosferici.

Tra i riconoscimenti, vi fu quello regio:

“Sua Maestà il Re, in considerazione di una speciale segnalazione del Primo Ministro, si degnava di conferire al Prof. Gr. Uff. Alessandro Artom il titolo di Barone, trasmissibile ai discendenti, come alto riconoscimento delle grandi benemerenze scientifiche e patriottiche da lui acquistate con le sue importanti invenzioni in materia radiotelegrafica, che furono elemento essenziale della difesa marittima ed aerea del paese durante la guerra vittoriosa, per le quali il Prof. Artom nobilmente rinunciò
a qualsiasi lucro e compenso”. »

E, nel 1957, quello dell’IRE, quale pioniere dell’Elettronica Marittima.

Ma ricordiamolo, nel nobile mondo piemontese che fece l’Unità d’Italia, per questa sua dichiarazione:

« “Sarà questione di temperamento, non è certo disprezzo dell’opinione pubblica, io lavoro e m’invecchio nello studio e per lo studio; se i frutti saranno buoni, come spero, parleranno essi per me” »

Le biografie hanno anche il compito di riportare la data di una dipartita. Per il Prof. Artom fu il 1927…  Nell’anno cioè delle celebrazioni voltiane.
Ma ormai quel clima, quel mondo, quei valori, quella cultura e quegli uomini del buon tempo antico erano irrimediabilmente lontani…

Complice la I GM che fece da catalizzatore sociale, la Rivoluzione d’Ottobre scatenò per reazione la comparsa di regimi totalitari che devastarono l’Europa. I limiti del Risorgimento non furono estranei a quanto accadde in Italia…

Fermi lascerà l’Italia…

Saranno espulsi dall’Università, con gravissima perdita per la Scienza Italiana, per motivi razziali. Quell’Italia che in quegli anni aveva due tra i più
grandi matematici del mondo: Vito Volterra e Tullio Levi-Civita.