Vincenzo Gioberti

Nasce a Torino nel 1801, un dissesto finanziario del padre, morto prematuramente, rende molto precarie le condizioni economiche della famiglia. Formatosi nelle scuole dei padri oratoriani, rivela precoci interessi per la letteratura e per gli studi filosofici e teologici.

Tuttavia il Gioberti sarà essenzialmente un autodidatta, che, nonostante la malferma salute,
si dedicherà, con inaudita intensità, alle più disparate letture, toccando anche i settori: linguistico, storico, naturalistico, geografico, politico; ne lascerà traccia in una mole sterminata di appunti e di pensieri.

Nel corso di quegli anni, il Gioberti accumula una rilevante cultura filosofica, In larga parte questa è però di tipo manualistico, ma in una parte notevole è anche ricavata da letture di prima mano (sebbene non sempre nella lingua originale).

È da osservare che il G. conosceva bene il francese, appreso dalla madre, e, ovviamente, il latino, ma non il greco, mentre nel 1821 aveva iniziato, senza però approfondirlo, lo studio
dell’ebraico e del tedesco.

Tra gli Autori: Platone, S. Agostino, F. Bacon, G. Vico, G.W. von Leibniz, J.J. Rousseau e I. Kant.

Prevalgono in lui: una ricerca, non priva di momenti laceranti, di un punto di equilibrio (punteggiato peraltro da corrosivi spunti anticlericali) alla religione cattolica, assunta come: deposito di verità oggettive, la necessità di una rivelazione cristiana vista come: “organo indispensabile della morale nella società” come “un’obbligazione sociale”, e chiamata ad integrare: “il mantenimento e l’accrescimento dei diritti” indicati come fine della politica.

È addottorato in teologia nel 1823, nel 1825 è ordinato sacerdote (era stato però necessario l’intervento dell’arcivescovo per vincere la sua “ritrosia all’ordinazione”). Nello stesso anno è aggregato alla facoltà teologica nel 1825. Nel 1826 è nominato cappellano di corte con uno stipendio annuo di 480 lire.

In questi anni notevoli zone d’ombra caratterizzano la sua evoluzione. La sua stessa renitenza nel tradurre in pubblicazioni l’immenso materiale accumulato (nonostante la notorietà acquisita negli ambienti colti e l’attività svolta in alcuni circoli filosofici e letterari) appare indicativa di: una persistente “fluidità” del suo pensiero, percezione di un sempre più chiuso clima intellettuale e politico, che egli tendeva ad attribuire: sul fronte ecclesiastico, alle mene dei gesuiti sul versante politico, all’involuzione autoritaria del governo sabaudo.

Nei primi anni Trenta enuncia, ormai in modo sistematico, l’idea di una diretta connessione tra risorgimento filosofico e risorgimento nazionale. Dichiarandosi assertore di questa linea ideale, manifesta una speciale consonanza con il pensiero di Giordano Bruno.

Proclama: la necessità di una religione finalizzata alla liberazione dei popoli, l’impossibilità di dar vita a “una religione veramente nuova”, in quanto: “fuori del Cristianesimo non v’ha religione”; elabora un’idea cristiana di salvezza e di redenzione, implicante una sua dilatazione dalla sfera individuale a quella sociale. il motto mazziniano “Dio e il popolo” diventava così il presupposto di una: “cristianità novella”, in cui l’annunzio di un’epoca imminente in cui “Iddio sarà umanato non nel figliuolo dell’uomo, ma nel popolo”, e destinato non alla croce, ma a un “regno stabile, a una pace perpetua, all’immortalità e alla gloria”.

La prudenza e la riservatezza che gli erano innate non seppero impedire che le sue idee destassero diffusi sospetti di ateismo anche presso i suoi superiori. Ciò lo indusse il 9 maggio 1833 a lasciare la carica di cappellano e a rinunciare al relativo stipendio.

Nel frattempo si era affiliato a società segrete. Sebbene coltivasse intimi rapporti con alcuni suoi affiliati, non sembra però che sia mai entrato nella Giovine Italia. In seguito a delazione, fu coinvolto nella repressione prodotta in Piemonte dalla scoperta della congiura mazziniana del 1833, arrestato con pesantissime accuse il 31 maggio, tenuto in carcere, senza processo, fino al settembre. Qui lo raggiunse un provvedimento immediatamente esecutivo che lo esiliava senza permettergli di incontrare alcuno dei suoi amici.

Dall’ottobre 1833 alla fine del 1834 il Gioberti vive a Parigi in una situazione assai precaria, che lo induce a presentarsi nei panni di uno “sdottorato” e uno “spretato”; in una città che considerava il “microcosmo d’Europa” ma che non amava, nonostante le relazioni intrecciate con i molti italiani insediati stabilmente o temporaneamente nella capitale francese, visse in relativo isolamento, ascoltando le lezioni accademiche, impartendo per vivere lezioni private d’italiano progettando, senza realizzarli, lavori di argomento filosofico o di polemica politica sulla sanguinose repressione del 1833 e del 1834.

Lo scenario parigino, che gli appariva connotato dalla totale estinzione del culto e della pratica cattolica, gli faceva presagire come prossime la fine del mondo antico, la nascita di un mondo nuovo nel quale: “gli ordini morali di Cristo” sarebbero diventati “gli ordini civili delle nazioni”, compenetrando lo Stato sino a produrre “una società di uomini, retta da sé medesima, sotto la legge universale, una, libera, fiorente, morigerata, santa, ed esprimente la
concordia del cielo colla terra”. Diveniva nel frattempo inconciliabile il suo dissenso nei riguardi della linea mazziniana e verso i movimenti insurrezionali, cui attribuiva la responsabilità di aver “impedita o spenta una metà almeno di quel civile progresso che altrimenti or sarebbe in Italia”.

Dal suo esilio parigino traspare dunque una sostanziale sfiducia nel grado di maturazione raggiunto dalla coscienza nazionale del popolo italiano che egli giudica: “languido, diviso e inerte”.

Nel dicembre 1834 accetta, anche per ragioni economiche, l’offerta di assumere l’insegnamento di storia e filosofia nel collegio fondato a Bruxelles da P. Gaggia
(un ex sacerdote italiano convertitosi al protestantesimo), che ospitava un centinaio di giovani cattolici ed evangelici.

La più pacata atmosfera politica del Belgio (dove i cattolici erano parte attiva del sistema costituzionale) gioca in favore del Gioberti, il quale prosegue nella revisione ideologica già profilatasi nel periodo parigino; fino a prospettare, più lucidamente che nel passato, un’esigenza di conciliazione tra: dogmatica religiosa e idee filosofiche, ordine soprannaturale e ordine civile.

Ne deriva, con il 1838, la decisione di produrre finalmente delle opere a stampa.

Emergevano in tal modo una riaffermazione del primato della religione sulla civiltà, della Chiesa sullo Stato, questo si traduceva nella confutazione dei sistemi politici (assoluti o democratici che fossero) i quali implicassero una subordinazione della religione alla volontà del sovrano. Si trattava, in definitiva, di un’apologia del cattolicesimo in senso civile, che nello scorcio conclusivo del suo pensiero, assumeva una marcata impronta nazionale.

Progredendo nel sue riflessioni, il tracciato del suo cammino risulta sempre più contrassegnato dal progressivo incremento del ruolo della religione come “causa e strumento” di civiltà, dal graduale accostamento degli ordini politici al modello di società organizzata costituito dalla Chiesa.

Nella primavera del 1843, sempre a Bruxelles, il G. diede alle stampe l’opera che doveva dargli la celebrità, del primato morale e civile degli Italiani, tirato nella prima edizione in 1500
esemplari. Concepito inizialmente come “un’operetta di non molte pagine”, “un discorsetto non solo sul Papa ma sull’Italia”, il Primato divenne strada facendo un ponderoso lavoro in due grossi volumi, la cui scrittura, iniziata nel 1842, procedette in parallelo con la stampa fino al maggio dell’anno successivo.

L’opera aveva un suo asse portante nel tentativo di definire i caratteri originali e permanenti della nazionalità italiana. Questi erano sintetizzati in quello che il G. chiamava “genio nazionale“ il quale era plasmato da fattori naturali, come: il sito geografico e la feconda mescolanza di stirpi; connotato: dalla preminenza di elementi sacerdotali e aristocratici; dotato di un suo particolare “genio federativo” espresso dalla “società di popoli”
realizzata dalla repubblica romana (poi tralignata in signoria imperiale), riflesso culturalmente da un’ininterrotta tradizione filosofica autoctona, secondo il Gioberti, il genio italico aveva trovato una sua configurazione effettivamente nazionale per opera del
Papato, che lungo il Medioevo gli aveva dato stabile forma avviando la traduzione in “ordini civili” dei dettati religiosi e morali del cristianesimo.

Il tratto costitutivo della nazione italiana veniva in tal modo reperito in un principio ideale,
convalidato da fattori naturali di tipo etnico confermato dalla storia nell’essere l’Italia “nazione religiosa per eccellenza”, dotata di un primato religioso determinato dal trapianto in
Roma dell’Evangelo e dall’elezione provvidenziale della sede romana a sede apostolica, che si riverberava in un primato dell’Italia nell’ordine morale e civile, da cui traeva il carattere di “creatrice, conservatrice e redentrice” della civiltà europea.

La missione religioso-civile, che faceva degli Italiani “il nuovo Israele” e dell’Italia una “nazione sacerdotale”, veniva perciò raffigurato da Gioberti come indivisibile da quello del Papato il quale, mediante l’esercizio della potestà civile connaturata alla sua primazia religiosa, non solo aveva costituito la nazionalità italiana, ma le aveva altresì impresso i tratti suoi propri di nazione guelfa.

Per converso, il declino della potestà civile dei pontefici, iniziato nel tardo Medioevo e culminato nell’Età moderna, si era tradotto nella decadenza, nell’asservimento politico, nella subordinazione culturale dell’Italia e nella frammentazione politico-religiosa dell’Europa.

Il risorgimento italiano, concepito dal Gioberti sullo sfondo di una riunificazione religiosa europea, veniva dunque a raccordarsi strettamente con la restaurazione della “scaduta potestà civile del Papa in modo conforme e proporzionato all’indole e ai bisogni del secolo”.