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Scienza e Verità

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Parleremo, molto alla buona, e senza nessun “pizzicore” accademico, della Scienza, colta nei suoi rapporti:

Con il Sapere in senso lato;

Con la Cultura Umanistica; Con le sottese Implicazioni Morali;

Magari sottolineando qualche mancata occasione, ed evidenziando certo alcuni limiti storici italiani di cui a tutt’oggi, e chissà per quanto ancora, subiamo – del tutto ignari – le conseguenze in modo quotidiano.

Permettetemi di farlo ricordando, con amore, gratitudine e timore reverenziale, una nostra Gloria Cittadina: Nato nel giugno del 1863, in due mesi, grazie al supporto dell’asburgica Società di Incoraggiamento Arti e Mestieri Il teresiano Politecnico di Milano

Un Politecnico che, visto che qui vogliamo parlare di Scienza & Verità, ci porta a Carlo Cattaneo. Meno noto, ai più, del Manzoni, ma certo non meno importante.

E, già che ci siamo, dovremmo anche pensare a Francesco Brioschi , Matematico sommo, Fondatore del Politecnico ma che, certo, al Monumentale, non è sepolto tra i grandi.

E tutto questo, come vedremo tra poco, non a caso, ma per precise ragioni che hanno radici profonde nella cultura italiana.

Se posso dire la mia, sono del tutto d’accordo con il Poeta quando dice:

Credo ch’io potrei vivere tra gli animali, che sono così placidi e pieni di decoro.

Io li ho osservati tante volte e a lungo; Non s’affannano, non gemono sulle loro condizioni,

Non stanno svegli al buio, per piangere sopra i loro peccati,

Non m’indignano discutendo i loro doveri verso Dio,

Nessuno è insoddisfatto, nessuno ha la mania infausta di possedere cose,

Nessuno si inginocchia davanti all’altro, né ai suoi Simili vissuti migliaia di anni fa, Nessuno è rispettabile tra loro, od infelice, sulla terra intiera.

Walt Whitman

Parlando assieme di Scienza e Verità, vorrei citarvi l’esortazione che mi fece Ludovico Geymonat, il più illustre Filosofo della Scienza Italiano, dopo avermi fatto l’esame. Non interrogarti su come ha fatto Galileo a costruire il cannocchiale, interrogati sulle ragioni per le quali lo ha puntato al cielo.

Parleremo dunque, alla buona, di cosa sia Scienza

Di cosa sia il Sapere che vi si cela

E di come questo sapere si correli alle altre forme di conoscenza.

Ricordando sempre che

“Voglio capire come Dio ha creato il mondo.

Non mi interessa questo o quel fenomeno in particolare, voglio penetrare a fondo il Suo pensiero.

Il resto sono solo minuzie […] l’esperienza più bella che possiamo avere è il senso del mistero, l’emozione fondamentale che accompagna la nascita dell’arte autentica e della vera scienza. Colui che non la conosce, colui non può più provare meraviglia e stupore, è già come morto ed i suoi
occhi sono incapaci di vedere”

A. Einstein

E pensando fermamente ad una trasversalità e ad una unità del sapere per cui questo, per essere realmente tale, non può in alcun caso essere solo umanistico o solo scientifico

Pensando ad una strada comune nella quale le due sensibilità, altrettanto irrinunciabili, si integrano

Per meglio comprendere la Natura e, con essa, l’Uomo stesso. Infinitamente variato nelle sue manifestazioni, Dio non può che essere unico nelle sue premesse. I grandi matematici stanno scalando una montagna e, arrivati in cima, troveranno i teologici che li stavano aspettando.

Lo faremo con la duttilità dell’ingegnere e il rigore del filosofo

A partire, niente meno, che dal Politecnico Federale di Zurigo

Dove Letteratura Italiana era insegnata nientemeno che da: Francesco de Sanctis, all’ingresso del suo studio una lapide ci ammonisce con le seguenti parole:

Prima di essere ingegneri siete uomini.

E partiremo dalla dicotomia tra le due cosiddette Culture: La scientifica L’umanistica.

Lo faremo naturalmente alla buona Al sicuro da qualunque rigore accademico

Attualmente la scienza e la tecnica, che pure svolgono un ruolo dominante nella realtà quotidiana, hanno un modestissimo peso culturale. Uomini di cultura infatti non sono certo considerati gli scienziati.

Pensando ad esempio al Novecento italiano, vengono in mente Croce e Gramsci, ma certamente non Enriques o Levi Civita.

E gli stessi scienziati non riescono ad esprimere criteri di unificazione sintetica che abbiano nel contempo anche valenze culturali.

Si assiste in conclusione all’ “assurdo” di una società che, pur avendo nella scienza il proprio polo dominante, finisce poi per collocare la stessa dimensione scientifica fuori dall’ambito culturale.

Vi è dunque ancora una sola cultura ed è questa quella umanistica?

Il fatto è che la scienza è ancora pragmaticamente percepita non già come l’espressione di un’autentica impresa conoscitiva, ma come una semplice “conoscenza efficace”, per il cui tramite è possibile giungere a “prestazioni pratiche”.

Parliamone facendo riferimento ad un evento cruciale, e del tutto sconosciuto…, per la Cultura italiana, di cui proprio quest’anno ricorre il centenario.

Nell’ormai lontano 1907, a Milano e Bologna, un piccolo gruppo di studiosi illuminati, guidati da Federigo Enriques e Eugenio Rignano, fondano una rivista internazionale, La Rivista di Scienza, ribattezzata dopo due anni Scientia, poliglotta, ma “a favore” dell’italiano.

Scientia (1907-1988): il brutto anatroccolo della cultura italiana,

Il comitato di redazione era così costituito:

  • V. Volterra,
  • G. Peano,
  • G. Vailati,
  • G. Castelnuovo,
  • S. Pincherle;

i fisici

  • E. Amaldi,
  • E. Fermi
  • E. Persico;

il biologo

  • C. Golgi.

In tempi piu’ recenti

  • G. Loria, R.
  • Marcolongo V. Ronchi ,
  • L. Geymonat.

Tra gli stranieri:

  • S. Arrhenius,
  • W. Ostwald,
  • B. Russell,
  • P. Langevin,
  • H. Becquerel,
  • J.J. Thompson,
  • E. Rutherford,
  • H. Lorentz,
  • S. Freud,
  • H. Poincare’,
  • E. Borel,
  • E. Picard,
  • E. Mach,
  • A. Einstein,
  • M. Debroglie,
  • A. Eddington,
  • C. Fabry,
  • W. Heisenberg.

Nonché i fondatori stessi del Circolo di Vienna

  • R. Carnap,
  • O. Neurath,
  • P. Frank.

L’importanza dell’impresa Scientia fu percepita a fondo (loro malgrado) soprattutto da Benedetto Croce e Giovanni Gentile, che reagirono in modo sorprendentemente scomposto e aggressivo

Gentile scrisse su la “Critica” crociana, recensendo Enriques:

“volendosi orientare nella scienza cercano il centro, per dirla con Bruno, discorrendo per la circonferenza. E però è naturale cerchino e non trovino nulla; e facendo la filosofia scientifica, non si scontrino mai con la filosofia”.

Croce si inviperì quando Enriques, incaricato da “incauti accademici” di organizzare il IV Congresso Internazionale di Filosofia a Bologna, nel 1911, lo riempì di presunti “intrusi”: accanto a Henri Bergson, allo stesso Croce e a Hans Vaihinger, fece venire Poincaré, Peano, Ostwald, Arrhenius e Langevin. Orrore!

Croce scrisse del “volenteroso professor Enriques che con zelo ma scarsa preparazione si diletta di filosofia”.

Scientia fu pertanto bollata come un mero contenitore di prodotti lontani dallo spirito:

“Di comune non c’è e non ci può essere se non l’unità materiale del periodico, unità la quale non è quel vantaggio (quando è un vantaggio) che si può credere: perché può essere anche un danno, e grave”

Bologna 1911

Da qualche anno quella rivista non esiste più: a causa di un deficit di qualche centinaio di milioni di vecchie lire – l’ammontare di un montepremi in un telequiz – l’Italia, nella più completa indifferenza di tutti, ne ha decretato la fine.

Per parte sua il neoidealismo italiano vinse con tanto margine da potersi permettere di ignorare questi fastidiosi concorrenti.

Gentile mise le mani sulla scuola, Croce fu il punto di riferimento della cultura italiana, Enriques restò relegato nel mondo accademico; Scientia continuò la sua traiettoria.

Cammin facendo, permettetemi di ricordarvi due figure di prestigio mondiale a me carissime

Vito Volterra, Tullio Levi-Civita

«ogni formula matematica corrisponde a 1000 copie vendute in meno».

Uccidendo il brutto anatroccolo, il primato crociano finì con l’avvelenare – con una dinamica lenta, ma tuttavia progressiva ed implacabile – la cultura italiana. Ancor oggi, gli editori che pubblicano testi scientifici o comunque di divulgazione scientifica debbono fare i conti con un mercato distratto, povero e diffidente. E nel farlo, sono costretti a ritagliarsi quote di mercato che costituiscono, in ragione della oggettiva marginalità delle loro tirature, delle vere e proprie nicchie culturali.

“La scuola – scriverà Lucio Lombardo Radice- sarà caratterizzata dal primato dell’umanesimo letterario e in particolare dell’umanesimo classico. Tutte le istituzioni culturali saranno improntate al primato delle lettere, della filosofia e della storia.”

Il pensiero di Ludovico Geymonat

In tempi recenti si è manifestata una diffusa tendenza a relegare la filosofia entro i problemi dell’anima lasciando alla scienza la responsabilità di far progredire la nostra conoscenza del mondo, quasi che i due compiti siano separabili l’uno dall’altro.

Noi siamo fermamente convinti che questo modo di procedere sia in aperto contrasto con lo sviluppo più significativo del pensiero antico e moderno, e stia proprio alla radice della grave crisi da tutti denunciata nella cultura odierna: tanto in quella cosiddetta umanistica (che in pratica ignora Maxwell, Einstein, Plank, come fino a qualche tempo fa ignorava Newton se non Galileo), quanto in quella specificamente scientifica (che spesso si trova ad adoperare i risultati delle scienze senza sapere e senza chiedersi da quali travagli culturali siano nati).

Difficile pensare a: una grammatica latina che prescinda dalla storia di Roma;un’analisi della Divina Commedia non ricondotta allo studio di Dante e del suo tempo, uno studio di Picasso compiuto prescindendo da Giotto.

Non così nella scienza: Maxwell, del tutto estraneo al contesto della cultura storica e filosofica che ne ha prodotto il pensiero, appare come un “portatore di verità rivelate”.

Nei testi le equazioni di Maxwell sembrano spuntano quasi dal nulla. E, assolte le “formalità analitiche e sperimentali d’uso”, esse fanno inconsapevolmente giustizia sommaria del vortice molecolare, così da liberarsi finalmente, quasi con sommaria procedura d’ufficio, del meccanicismo.

Del resto, nella stessa Dynamical Theory, la parola dynamical, viene assai spesso inconsciamente considerata niente di più che un semplice aggettivo.

In realtà la cultura non può essere considerata contemporanea se non ha in sé anche una valenza che le consenta di dar ragione dei valori della scienza e della tecnica.

Una cultura che prescinda dal confronto con la scienza è infatti semplice erudizione d’altri tempi.

Reciprocamente, una formazione scientifica che ignori il proprio fondamento umanistico è puro addestramento.

Bisogna pertanto chiudere una volta per tutte con un passato in cui gli scienziati consideravano i filosofi come stravaganti che, parlando di cose che non conoscono, non contribuiscono ad elevare la qualità della vita. E di filosofi che guardavano agli scienziati come a dei pericolosi ingenui capaci solo di pontificare.

È una riflessione comune, ma con questo ci dimentichiamo di credervi, che le anime sensibili si fanno ogni giorno più rare e le menti colte più comuni.

Stendhal

Noi siamo i musicanti

Siamo i sognatori di sogni

Erranti per solitari marosi E, seduti lungo corsi d’acqua desolati,

Alla luce pallida della luna,

Noi perdiamo il mondo,

Noi abbandoniamo il mondo;

Eppure sembra che siamo noi a muovere,

Ad agitare il mondo per sempre.