Lezioni, conferenze sulla storia della scienza,  Storia della scienza

Federigo Enriques

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Società Filosofica Italiana Università degli Studi di Milano Sezione Lombardia
Dipartimento di Filosofia
Giornata di studi
Federigo Enriques filosofo e scienziato
Università degli Studi di Milano

Federigo Enriques Storico della Scienza
Adriano Paolo Morando Dipartimento di Elettrotecnica
Politecnico di Milano

 

La situazione è questa: Filosofi e Storici della Scienza, Ingegneri Spelafili e Svitabulloni. Nessuno è perfetto: io sono un ingegnere spelafili, un elettrotecnico… Mi affido a Voi: Spero che vorrete perdonare tutte le mie imprecisioni e tutte le mie inadeguatezze; Soprattutto quella di aver accettato di parlare di temi che non mi competono… Ma anch’io, pur essendo uno spelafili…

Voglio capire come Dio ha creato il mondo. Non mi interessa questo o quel fenomeno in particolare, voglio penetrare a fondo il Suo pensiero.
Il resto sono solo minuzie […] L’esperienza più bella che possiamo avere è il senso del mistero, l’emozione fondamentale che accompagna la nascita
dell’arte autentica e della vera scienza. Colui che non la conosce, colui non può più provare meraviglia e stupore, è già come morto ed i suoi occhi sono incapaci di vedere

A. Einstein

Il nostro percorso espositivo sarà il seguente:

  • Parleremo dei contributi iniziali del Maestro;
  • Ricorderemo come si avvicinò ai “Problemi della Scienza”;
  • Vedremo come tale avvicinamento maturò una sua particolare visione che prendeva le distanze dal Positivismo;
  • Porremo in luce, in modo conseguente, il suo interesse per la Storia del Pensiero Scientifico riguardandolo come un passaggio obbligato;
  • Ne illustreremo i contenuti e la produzione.

Federigo Enriques, tra scienza e filosofia…  Nel 1911, a Bologna, si svolge, presieduto da Federigo Enriques, il quarto congresso internazionale di filosofia, ultimo di una breve serie iniziata nel 1900 e destinata ad essere interrotta, di lì a poco, dalla guerra.

Nel 1912 esce a Bologna, da Zanichelli, “Scienza e realismo”. Il volume raccoglie sei saggi, nati in momenti diversi e su temi diversi. Converge però su un unico e preciso programma: la difesa ed il rilancio della ragione scientifica, in una stagione nella quale si stanno largamente diffondendo i temi della cosiddetta “bancarotta della scienza”. Un terreno, quello tra scienza e filosofia, nel quale Enriques si era però già mosso dal 1900: Quando, in apertura del suo “Questioni riguardanti la geometria elementare”, egli aveva inserito un saggio dal titolo “Sull’importanza scientifica e didattica delle questioni che si riferiscono ai principi della geometria”. Ma, in seguito, egli era andato anche avanti perché, già l’anno  successivo, il 1912, su “Rivista filosofica”:

Aveva pubblicato “Sulla spiegazione psicologica dei postulati della geometria” nel quale era chiara la presa di posizione rispetto al dibattito, assai vivo presso la comunità scientifica nel volgere di secolo, sui fondamenti della geometria.

In precedenza, Enriques aveva pubblicato una nutrita serie di lavori nel proprio campo specialistico, la Geometria Algebrica, nei quali, fino dagli anni Novanta, aveva acquisito una chiara fama a livello internazionale. E ne faceva fede, nel 1898, il volume “Lezioni di geometria proiettiva” che, quasi subito, sarebbe stato tradotto in francese, inglese e tedesco.

Nel nuovo secolo Enriques aveva invece alternato studi matematici e scritti filosofici. Tra questi non può non essere citato almeno “Problemi della scienza” pubblicato nel 1906.

Contemporaneamente, si impegna in una attività di organizzatore culturale che lo vede:

  • Primo presidente, dal 1906 al 1913, della Società Filosofica Italiana;
  • Fondatore, nel 1907, e condirettore con Eugenio Rignano, di Scientia.

Il “fatto”, in sé, è anche troppo noto perché se ne debba fare anche solo un rapido accenno… Basterà, tacendo per il resto gli sviluppi, citare il Comitato di Redazione: Bologna 1911: Congresso di Filosofia,

tra gli Italiani: i matematici: V. Volterra, G. Peano, G. Vailati, G. Castelnuovo, S. Pincherle; i fisici: E. Amaldi, E. Fermi ed E. Persico; il biologo: C. Golgi.

Tra gli stranieri poi… S. Arrhenius, W. Ostwald, B. Russell, P. Langevin, H. Becquerel, J.J. Thompson, E. Rutherford, H. Lorentz, S. Freud, H. Poincare’, E. Borel, E. Picard, E. Mach, A. Einstein, M. Debroglie, A. Eddington, C. Fabry, W. Heisenberg.

Nonchè i fondatori stessi del Circolo di Vienna: R. Carnap, O. Neurath, P. Frank.

Filosofia e scienza dunque… Ma non “filosofia della scienza” Non almeno nel senso che questa espressione aveva assunto nei testi canonici del Positivismo e che continuava a mantenere presso gli Studiosi che a quella eredità esplicitamente si richiamavano. Quando cioè “filosofia della scienza” veniva a coincidere con “filosofia positiva”.

Erano gli anni in cui…

«Lo spirito umano riconosce l’impossibilità di ottenere nozioni assolute» Rinuncia pertanto a porsi interrogativi su questioni diverse da quelle connesse alla scoperta di «leggi naturali invariabili» cui può giungere attraverso l’uso combinato del Ragionamento e dell’Esperienza. Né la Filosofia può più, pena la ricaduta in approcci metafisici ormai improponibili, ritagliarsi campi di indagine distinti da quelli propri della Scienza…

Non poteva nemmeno addentrarsi nei campi esplorati, con profitto, dalle Scienze Particolari. Poteva solo assumere, come proprio progetto, lo studio delle “generalità scientifiche”, dei punti d’approdo delle diverse discipline, concepite però come sottoposte ad un unico metodo di indagine e costituenti le diverse parti di quello che andava considerato un piano unico di ricerca.

La posizione di Enriques era ben diversa… Anche se, in Scientia, alcune sue “indulgenze” nei riguardi di una “sintesi scientifica” che non raramente era più che altro la giustapposizione dei risultati di alcune ricerche particolari ponevano in luce come talvolta Gentile potesse anche aver colto nel segno…

Il suo approccio al Positivismo ebbe fin dall’inizio margini notevoli di autonomia Non a caso, in una nota autobiografica che Enriques fa risalire agli anni dell’Università, egli già dichiara quanto gli risultasse impossibile aderire al pensiero dell’Ardigò.

In effetti, pur fra incertezze e difficoltà, nei primi lavori di inizio secolo si era fatta luce, in una forma già significativa, il tentativo di integrare l’indagine “positiva” con una parallela riflessione volta a cogliere la valenza trascendentale dei principi stessi della conoscenza e, più specificamente, del sapere geometrico.

Un dato è certo:

Pubblicando “Scienza e Reazionalismo”, il riconoscimento dei limiti del Positivismo, dell’immagine positivistica stessa della Scienza colta nel suo rapporto con la Filosofia, oltrepassa definitivamente la soglia di non ritorno.

Fino a raggiungere forme che resteranno definitive nel pensiero enriquesiano:

La cui sintesi assume i toni seguenti:

«una comprensione inadeguata della scienza»

«razionalismo ristretto»

I quali, premessa all’opera futura, costituiscono, nel 1912, gli addebiti enriquesiani.

Secondo i quali il problema risiede nella fiducia incondizionata, ed in ciò stesso ingenua, «nelle immancabili conseguenze della scienza» letta e vissuta con gli occhi dell’ottimismo semplificativo contro cui ha buon gioco la reazione antiscientifica.

Se l’insidia – limite del positivismo stesso – è «attribuire alla scienza un ufficio che non è il suo», diventa allora necessario procedere ad una ridefinizione complessiva e radicale: del significato di scienza, della sua collocazione, del suo ruolo rispetto alle altre forme del Sapere e della Vita.

Si tratta dunque di rivedere l’immagine positivistica della scienza tenendo conto che: La realtà non coincide col dato empirico; Il dato stesso, concepito come dato puro, è soltanto un’idea limite perché «non c’è sensazione che non sia nel contempo reazione attiva del senziente allo stimolo e non involga quindi in qualche modo la sua attenzione e la sua volontà»

Secondo quanto Enriques scrive, La realtà è un «rapporto invariabile tra sensazioni e volizioni», è dunque un rapporto, una relazione; Fin dal suo punto di partenza, al livello stesso del conoscere empirico, la conoscenza implica un coordinamento di dati e dunque «la realtà non è un dato puro, ma qualcosa di costruito mercè l’attività razionale coordinatrice»

In secondo luogo, secondo Enriques, la coordinazione razionale dei dati non fornisce mai un’immagine pienamente rispondente della realtà;
essa, iterativamente, costituisce piuttosto un processo di approssimazioni successive, all’interno del quale il significato di ogni fatto, e di ogni principio, risulta relativo, in ogni istante, all’insieme delle conoscenze fino a quel punto acquisite.

Sempre in “Scienza e Realismo” egli conclude che: La scienza va vista come un tentativo di rendere ragione della realtà che si muove all’interno di limiti di approssimazione che risultano fissati dall’esperienza; In quanto tale, essa non ha dunque alcuna autosufficienza; Assume infatti valore in quanto fornisce una disposizione preordinata di esperienze future.

E dunque:

«I filosofi positivisti, di moda vent’anni or sono, hanno sopravvalutato il ruolo dell’osservazione e dell’esperienza, giungendo infine ad elaborare un manchevole concetto dell’esperienza stessa ed un erroneo apprezzamento della ragione».

In quanto:

«Ciò che costituisce il carattere più proprio della scienza non è tanto lo spirito di osservazione quanto la coordinazione razionale dei dati empirici»,

«E l’esperienza non è altro che una coordinazione razionale di ipotesi e di dati di un’azione possibile»

Occorre dunque rigettare il razionalismo dogamtico e recuperare ed affinare i suggerimenti di un razionalismo sperimentale che sappia interpretare i principi delle scienze come condizioni di intelligibilità del reale in grado di regolare il processo stesso del conoscere.

Siamo alla svolta: Matura in Enriques l’idea che nessuna teoria scientifica possa mai dirsi definitiva, in quanto ciascuna di queste altro non può essere che un tentativo – di per sé necessariamente approssimato – di rispondere a quell’esigenza di intelligibilità; senza della quale neppure avrebbe senso parlar di Scienza; ma che, in quanto tale, non è mai suscettibile di completa realizzazione.

L’accento si sposta allora, in modo naturale e quasi – inevitabile, sulla Storia del Pensiero Scientifico. In un opuscolo, pubblicato a Parigi
nel 1934, egli raccoglie le sue riflessioni di storico del pensiero scientifico e fissa il suo programma.

Innanzitutto respinge:

  • La ricerca dei “titoli di nobiltà” della propria disciplina da parte di uomini di scienza a riposo;
  • Le dispute circa la priorità delle scoperte; Le esaltazioni nazionalistiche;
  • Il gusto erudito e aneddotico;

Al suo posto egli elabora una “visione dinamica” per il cui tramite intende “storicizzare il pensiero scientifico”. (Se dinamico è sinonimo di evoluzione nel dominio del tempo a partire da una condizione iniziale, riguardato il pensiero scientifico come una “variabile di stato” sottoposta ad un ingresso, viene la tentazione di rappresentare il concetto attraverso lo schema a blocchi proprio, secondo l’approccio sistemico, dei sistemi dinamici).

 

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Congeliamo per un momento questa “immagine strana” e torniamo al programma enriquesiano. Compito dello storico diviene allora: Stimolare l’opera dello scienziato creativo, demolendo quelle sue illusioni di obiettività e di assolutezza che si accompagnano, con Kuhn, ai «paradigmi dominanti la scienza normale in un periodo storico»

Ma, prima di proseguire, permettetemi di citarvi uno scritto che coglie l’aspetto più importante: quello umano. È del matematico Alessandro Faedo, discepolo di Leonida Tonelli, che fu, per certi aspetti, uno degli ultimi “allievi” di Enriques.

La prima volta che ho letto il nome di Enriques è stato certamente quando da scolaro ho iniziato a studiare la geometria elementare sul testo di Enriques e Amaldi. a cosa che più mi aveva colpito in tale libro erano le note storiche che mi facevano comprendere che TAlete, Euclide, Pitagora e Archimede cerano stati uomini, vissuti in epoche remote, e che quei risultati armoniosi che fluivano l’uno dopo l’altro non erano stati rivelati per per grazia divina, ma erano stati una lunga e faticosa conquista, forse di superuomini di cui era scomparsa la specie. Quel libro non diceva però chi fosse Enriques, nome che anche per la sua etimologia spagnoleggiante mi era rimasto circondato di mistero; forse era l’ultimo superstite di quei superuomini.

E allora non è difficile tornare a Bologna, negli anni della massima produzione scientifica di Enriques, e pensarlo, la domenica pomeriggio, mentre la borghesia piccola piccola è impegnata a combattere la noia, rintanato nel suo studio…  Ma riferiamoci, anche solo per un istante, al pensiero di Ludovico Geymonat

….
In tempi recenti si è manifestata una diffusa tendenza a relegare la filosofia entro i problemi dell’anima lasciando alla scienza la responsabilità di far progredire la nostra conoscenza del mondo, quasi che i due compiti siano separabili l’uno dall’altro.
….

Noi siamo fermamente convinti che questo modo di procedere sia in aperto contrasto con lo sviluppo più significativo del pensiero antico e moderno, e stia proprio alla radice della grave crisi da tutti denunciata nella cultura odierna: tanto in quella cosiddetta umanistica (che in pratica ignora Maxwell, Einstein, Plank, come fino a qualche tempo fa ignorava Newton, se non Galileo), quanto in quella specificamente scientifica (che spesso si trova ad adoperare i risultati delle scienze senza sapere e senza chiedersi da quali.

Ma torniamo al Grande Federigo….

Ed il risultato sarebbe stato:

  • Una lezione di equilibrio e di “umiltà” quanto mai utile per interiorizzare i limiti delle Teorie Scientifiche;
  • Il superamento di qualunque esigenza di elucubrazione metodologica;
  • La ricerca delle intime ragioni della evoluzione delle idee compiuta «confrontando costantemente la trasformazione dei principi con le ipotesi stesse che stanno alla base del lavoro compiuto con il patrimonio di dati sperimentali via via acquisito mediante le nuove tecniche».
  • Ne sarebbero emersi:
  • “Questioni riguardanti le matematiche elementari”,
  • I contributi a “Scientia” e a “Periodico di Matematiche”,
  • Le voci scritte per l’Enciclopedia Italiana,
  • “Storia del pensiero scientifico”,
  • “Compendio di Storia del Pensiero Scientifico”.

Secondo la sua lettura, la genesi delle idee con le quali lo scienziato si trova ad operare avrebbe avuto la simultanea funzione di: soddisfare la sua legittima curiosità di conoscere il passato delle teorie delle quali si sta occupando; guidarlo ed orientarlo efficacemente su come svolgere le proprie ricerche in atto Inoltre, secondo il suo approccio: la constatazione di prima mano, di cui solo lo storico della Scienza può disporre, della successione dei mutamenti profondi via via subiti dalle idee fondamentali della scienza avrebbe collocato – in modo del tutto naturale – lo scienziato in una posizione critica Liberandolo, in particolare, dal freno costituito da pericolosi rispetti reverenziali nei riguardi del sapere trasmessogli dalle generazioni precedenti.

Mentre gli aristotelici del Cinque e Seicento ritenevano di dover dimostrare la propria ammirazione verso il Grande Pensatore Greco ripetendo fedelmente le sue teorie, il ricercatore moderno deve porsi invece in una posizione del tutto diversa, non solo nei confronti di Aristotele, ma anche nei confronti di Keplero, Galileo, Newton, Einstein. E al limite, molto al limite, di Maxwell…

Deve cioè comprendere che la vera grandezza di questi non consiste nell’aver acceso una luce che «brilla eterna nel cielo della verità assoluta», ma nell’aver acceso una luce capace a sua volta di:  «accenderne una più grande».

Uno speciale valore assume poi – secondo il parere di Enriques – la Storia della Scienza dal punto di vista della didattica scientifica. E non solo di quelle che possono essere ritenute autentiche scoperte, ma anche la storia di quelli che riteniamo errori. «Nei casi più caratteristici – egli scrive – gli errori si presentano come tappe naturali del pensiero nella ricerca della verità». Cosicchè il bravo maestro non troverà difficile fare riferimento ad essi per spronare l’allievo a «scoprire le difficoltà che si oppongono al retto giudizio, e perciò anche ad errare per imparare a correggersi. Tante specie di errori possibili sono altrettante occasioni di apprendere.»

Sempre a proposito degli errori, va sottolineato quanto Enriques, nel volume “Il significato della storia del pensiero scientifico” afferma:

Il non senso va considerato come una forma, anche se molto particolare, di errore , e ne trae la conseguenza che esso pure deve venire eliminato attraverso l’analisi delle effettive difficoltà che ci hanno condotti a formularlo;

Citandolo testualmente:

[esso va] «riconosciuto e spiegato come tale nella sua genesi».

Dunque, oltre agli errori in senso stretto, vanno indagati i quesiti vuoti di senso. A tal riguardo, non possiamo non riflettere sul fatto che l’opuscolo “Il significato della storia del pensieros cientifico” fu pubblicato tra gli anni ’30 e ’40, cioè negli anni di maggiro successo del neo-positivismo. Ha ormai maturato la sua visione e la sua posizione: Contrariamente a quanto sostiene Croce, La scienza è un’attività conoscitiva e non meramente pratica.  «il quadro della evoluzione della scienza [ci offre un punto di osservazione molto ampio] dal quale deve essere possibile di trar luce per risolvere i problemi della mente».

Resta ora il metodo da seguire per ottenere tali risultati: La storia della scienza è una disciplina che non può assolutamente venir confusa con la mera cronoca erudita. Al riguardo Enriques osserva che: «la storia della scienza non può ridursi alla raccolta o alla collezione di testi e di notizie erudite»

La storia della scienza va cioè costruita così come va costruita la scienza medesima. Dove per costruire si deve intendere: «interpretare, ordinare, connettere I dati della letteratura mediante ipotesi, e spiegarli con ragioni, in una parola integrare la realtà filologica bruta che costituisce il materiale di studio»

Storia della scienza è «storia del pensiero scientifico» È dunque storia della razionalità umana che si esplica variamente nelle diverse ricerche scientifiche Essa non deve dunque ridursi, in alcun caso, a storia delle singole discipline scientifiche avulse l’una dall’altra.

Emerge in questa posizione l’antitesi con Giovanni Gentile.

Gentile aveva inizialmente negato in via generale che che le scienze possedessero qualunque storia, In seguito, col trascorrere degli anni e con il maturare degli eventi, si trovò costretto a temperare un po’ la propria tesi iniziale, in ogni caso, anche quando ammise la possibilità di studiare storicamente gli sforzi compiuti dai singoli scienziati per approfondire il loro specifico settore di ricerca, continuò sempre a negare l’esistenza di una «storia della scienza» proprio questa era invece la difesa di Enriques, il quale intravvedeva in questa disciplina un fattore fondamentale della cultura moderna

Ma Enriques va anche oltre ed afferma:

la storia della scienza non può venire artificialmente separata dalla storia della filosofia perché scienza e filosfia, a conti fatti, esprimono la stessa esigenza conoscitiva, cioé la stessa esigenza di comprendere e spiegare il mondo.

Tale accostamento dei due pensieri, lo scientifico ed il filosofico, mirava ad una tradizione antica che riportava al tempo greco.

Nel contempo, tra le righe, si proponeva di contrastare uno dei maggiori pericoli della scienza moderna: la frantumazione specialistica.

E poi va anche oltre:

Proprio perché il pensiero scientifico fa parte integrante della cultura, la storia della scienza deve tenere conto di tutte le altre manifestazioni della cultura; (In particolare dei fenomeni religiosi). In una parola: la storia della scienza enriquesiana è vista come parte integrante della Civiltà. Per questo, seppur in modo veloce e frammentario, non può ignorare anche la stessa politica e il ruolo che questa esercita, in termini socio economici, sui legami scienza – tecnica e sugli effetti conseguenti sulla realtà produttiva.

Resterebbe allora da chiedersi come mai, pur vantando un pensatore, uno studioso ed un docente di questa larghezza di vedute e di questo livello, la cultura italiana non abbia saputo riconoscere alla Storia del Pensiero Scientifico il ruolo che meritava.

Il grande Ludovico su questo è molto preciso: mette in guardia da false interpretazioni: fu l’accresciuta conoscenza dei lavori pubblicati all’estero ed in seguito studiati in Italia che indusse, in seconda battuta, a studiare a posteriori l’opera di Enriques.

Ironia della sorte, la Domus Galileiana fu creta non su proposta di Enriques bensì del suo più accanito avversario: il Gentile per l’appunto. La mancata incidenza del pensiero enriquesiano nella storia della scienza va ricercata nella frattura tra scienza e filosofia accolta tra il 1920 ed il 1940, da filosofi e da scienziati, e non può essere lasciata in ombra la fase generale di decadenza, sia in ambito culturale che politico sociale ed economico, che fu propria del ventennio fascista.