Carlo Cattaneo

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Carlo Cattaneo, il milanese “antitaliano” federalista.

Nasce a Milano nel 1810 da una famiglia bergamasca originaria della Val Brembana. Inizia gli studi nel seminario di Lecco, passando poi in quello di Monza, dell’istruzione ecclesiastica non gli rimane però assolutamente, se non una buona conoscenza del latino e, forse, qualche duratura amicizia con sacerdoti.

Prosegue gli studi a Milano nel liceo municipale, laico, di S. Alessandro. Non si ha notizia né indizi che questo passaggio dal seminario a una scuola laica fosse dovuto o accompagnato da una crisi nella fede tradizionale della famiglia. È tuttavia probabile che il distacco da quella fede avvenisse proprio in questi anni, senza drammatiche rotture, ma piuttosto per naturale scarsa sensibilità religiosa sul piano psicologico e per una forte presa della razionalità su quello intellettuale.

Nel liceo milanese gli è compagno il quasi coetaneo C. Cantù. Ancora studente liceale, a 18anni, entra in amicizia col trentenne G. Montani che, reduce dal gruppo dell’allora soppresso Conciliatore, si preparava a passare a Firenze all’Antologia del Vieusseux e che gli procura la conoscenza di altri intellettuali del gruppo. Compiuti gli studi liceali, fa istanza, nell’estate del 1820, per ottenere uno dei posti gratuiti nel collegio Ghislieri di Pavia.

Non ottiene la borsa, ma la pensione di studente. Non la può comunque accettare perché questa implica la presenza a Pavia, mentre egli, per aiutare la famiglia o per rendersi economicamente indipendente da essa, ha necessità di restare a Milano. Ottiene invece, sempre nel 1820, un posto di insegnante nel ginnasio di S. Marta a Milano Contemporaneamente segue i corsi universitari di diritto che G. D. Romagnosi era stato autorizzato ad aprire a Milano, (con valore legale, purché lo studente fosse immatricolato all’università di Pavia e vi sostenesse gli esami semestrali). L’insegnamento nel ginnasio municipale dura 15 anni ma questa esperienza didattica milanese non incide sensibilmente nella sua formazione intellettuale.

Diviene così discepolo del Romagnosi. Nel giugno 1821 Romagnosi è arrestato sotto l’accusa di non avere denunziato S. Pellico, che avrebbe voluto aggregarlo alla carboneria. Dopo la sua scarcerazione, per protesta, il Romagnosi si rifiuta di riprendere l’insegnamento e comunque la polizia fa divieto al Romagnosi di tenere corsi privati. Ma non poté impedire che il giovane Cattaneo visitasse e frequentasse, da privato, il vecchio maestro. L’influenza dell’anziano maestro sul giovane discepolo di belle speranze sarà, fino all’ultimo, determinante.

Nel frattempo, a Pavia, supera regolarmente gli esami semestrali; Consegue così, nel 1824, la laurea in giurisprudenza. Non se ne valse professionalmente e continuò a fare l’insegnante e anche a godersi un poco, moderatamente, la vita. Giovane, prestante, bello, intelligente, ebbe molte ammiratrici ed amiche nella cerchia della sua società borghese. L’amicizia col Montani gli procura la collaborazione, non continuata, nella Antologia del Vieusseux, con una recensione, nel 1822, di un’opera del Romagnosi. Nel settembre – ottobre 1821 fa una rapida escursione fino a Zurigo dove non è escluso che abbia potuto conoscere lo Stendhal, operosissimo, come fu in tutta la sua vita, alterna in quegli anni giovanili i suoi obblighi didattici con larghissime letture.

Legge di tutto, storia, filosofia, economia, linguistica, fisica, chimica, tecnologia. Traduce, adattandoli sotto veste di anonimo alle scuole milanesi, cinque testi scolastici di storia e geografia dal tedesco. Nella scuola però non si sente pienamente a suo agio e cerca, senza risultato, di uscirne. Nel frattempo l’influenza quotidiana del Romagnosi è determinante.

carlo-cattaneo-sposaConosce una quasi coetanea anglo-irlandese, Anna Woodcock, di educazione e di vita un po’ cosmopolitica, con parentado aristocratico internazionale in Inghilterra, in Irlanda, in Francia. Il loro amore è però inizialmente contrastato dalla famiglia di lei che, per ragioni sociali ed economiche, non vede nel giovane intellettuale milanese di ingegno e di belle speranze un buon partito per la figlia. La quale non è pero stupida e resiste a mamma e papà: Si sposano comunque, a Trieste, nel 1835.

Nel 1831, seppur in modo frammentario, riprende a pubblicare sugli argomenti più vari: questioni urbanistiche milanesi, sul pauperismo, sui trasporti per mare, per terra, per ferrovia specialmente, sull’agricoltura, sull’istruzione agraria, su scoperte geografiche, su problemi di finanza e di dogane, sulla politica coloniale, sull’India, sul giornalismo, sulla Cina, sulle due Americhe, sull’educazione ecc. Morto (nel 1835) il Romagnosi, ne prosegue ancor più intensamente l’opera negli Annali universali di statistica. Propone la pubblicazione di una rivista di scienze filosofiche e storiche, L’Ateneo; ma il governo negò la licenza.

Mortogli il padre, il matrimonio con la Woodcock, non ricca ereditiera, ma nemmeno nullatenente, lo aiuta ad affrontare la situazione familiare. Il matrimonio non trascorre però senza qualche nube e, proprio per la questione della libera disponibilità della dote, i coniugi vengono ai ferri corti.

Nel frattempo, il peso degli Annali di statistica e dell’annesso Bollettino, degli Annali di giurisprudenza pratica, delle Ricerche economiche sulle interdizioni imposte dalla legge civile agli Israeliti grava quasi tutto sulle sue spalle. Libero dalle cure scolastiche il Cattaneo, dopo il ’35 moltiplica l’attività pubblicistica, con preferenza ai problemi economici, della finanza, dell’industria, delle intraprese ferroviarie e della politica sociale. Questa sua instancabile attività di pubblicista e di polemista, ma anche di uomo di affari e consulente di affari, gli procura vasta notorietà in Milano e in tutto il Regno lombardo – veneto; e poiché queste sue battaglie sono disinteressate e ispirate al progresso economico e civile della Lombardia, creano già in questi anni attorno al suo nome la fama di uomo certo non facile nel commercio umano, intransigente, battagliero, ma anche di uomo quanto competente altrettanto retto.

Dal 1838 non scrive più negli Annali di statistica.

Fonda un periodico tutto suo e tutto a sua misura: il Politecnico.

Brioschi e Colombo, i fondatori, nel 1863, del Politecnico, ne saranno la diretta conseguenza ed i continuatori.

Nei quarantuno fascicoli della prima serie del Politecnico (1839-1844) profonde il meglio della sua attività.

I temi sono quelli già toccati negli Annali, ma altri nuovi se ne aggiungono, di carattere:

  • di letteratura,
  • di storia,
  • di filosofia,
  • di architettura e di urbanistica, di pittura,
  • di geografia,
  • di demografia,
  • di chimica,
  • di agricoltura,
  • di zoologia;
  • di frenologia;
  • di problemi dell’istruzione,
  • di ragioneria,
  • di banca,
  • di moneta,
  • di pubblica beneficenza e di pauperismo, di emigrazioni interne,
  • di riforma penale e carceraria; perfino di pubblici macelli,
  • di linguistica,
  • di economia.

Ecco perché, a Milano, questa targa è parziale:

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I più dei quarantuno fascicoli del Politecnico sono usciti, per tre quarti e più, dalla sua penna veramente prodigiosa, E tanto più prodigiosa se si pensi che tutto questo lavoro non lo distoglieva dall’attività nel campo della finanza.
La serietà dei suoi scritti, il non raro piglio polemico lo facevano rispettato e anche un poco temuto.

Il Politecnico, anche se non tanto diffuso quanto il C. avrebbe sperato (se ne tiravano 500 copie), era guardato con considerazione in tutt’Italia, il Vieusseux, a Firenze, ebbe, nel 1840, l’idea, presto dimessa, di farne una imitazione in Toscana.

Nel 1843 la notorietà e la stima che lo circondavano ebbero un pubblico riconoscimento, cui egli teneva molto: la nomina, per risoluzione imperiale, a membro dell’Istituto lombardo – veneto, la più alta e ufficiale istituzione accademica del Regno, ricostituita nel 1838. Nel 1844, col quarantunesimo fascicolo, chiude il Politecnico. Dal 1845 è anche segretario – relatore della Società d’incoraggiamento delle arti e dei mestieri, promossa fino dal 1841 dal munifico tedesco – ambrosiano Enrico Mylius.

Per l’apertura del Congresso degli Scienziati, in Lombardia nel 1844, presentò Notizie naturali e civili su la Lombardia. Stringe amicizia con C. Tenca e già dal 1845, nella Rivista europea da lui diretta pubblica altri lavori. Negli stessi anni 1846-47 raccoglie in tre grossi volumi intitolati Alcuni scritti il meglio e il più importante della sua multiforme produzione.

Nel 1846 è distolto dalla sua attività da gravi e sgradevolissime complicazioni finanziarie del fratello ingegner Giuseppe. Con i capitali propri e della moglie, sottoponendo a nuovo momento, come già dieci anni prima, la sua vita coniugale, ne esce. Ma a parte queste nubi passeggere, il tono sociale del suo ménage doveva essere piuttosto elevato: un salotto di intellettuali italiani e stranieri di buona borghesia, con cameriere e cuoco. Gli scritti dello scorcio del ‘47 sono pieni di ottimismo sull’avvenire operoso, progressivo della Lombardia. Ma già 18 dicembre 1847 il Cattaneo, relatore di una commissione dell’Istituto lombardo per redigere su invito del governo un rapporto sull’insegnamento e sulla stampa, nel quale il Cattaneo insisteva particolarmente sulla istituzione di corpi militari lombardi è proposto dalla polizia per il confino a Lubiana insieme con i patrioti conosciuti come più agitati. E solo l’intervento del Mylius presso l’arciduca Ranieri ottiene la sospensione del provvedimento. Eppure egli è contrario a una insurrezione, per la disparità delle forze; disarmata la popolazione, armatissimo l’esercito austriaco, il Cattaneo pensava che:

chi amava la patria doveva arretrarsi a quel pensiero e rivolgere la mente a meno incerti e meno disastrosi disegni

Considerato lo stato fallimentare delle finanze austriache, l’esercito si sarebbe smembrato, il governo austriaco avrebbe dovuto fare ricorso alle finanze lombarde assai più floride:

Ci saremmo dunque avviati alla libertà per una serie di franchigie, come accadde in Inghilterra e altrove … Ciò posto, bastava tenere i nostri nemici nel duro e spinoso campo della legalità; poiché la violenza e la guerra ci avrebbe in quella vece consegnati alla prepotenza militare porgendo al nemico un altro modo di vivere a nostre spese.

I fatti si svolsero altrimenti. Giunta la notizia, il 17 marzo 1848, che il governo di Vienna, per imposizione popolare, aveva il 14 concesso la libertà di stampa, il Cattaneo decise sull’istante di iniziare l’indomani la pubblicazione di un giornale, col titolo significativo Il Cisalpino, e ne stese l’articolo inaugurale, che non sarà pubblicato perché gli avvenimenti presero altra via.

Ma l’articolo è ugualmente molto sintomatico e si riassume, secondo lo stesso Cattaneo, in questo:

Armi e libertà per tutte le nazioni dell’impero, ognuno entro i suoi confini, e i soldati italiani al servizio degli italiani.

Non è affatto un appello di guerra contro l’Austria rigenerata dalla recente rivoluzione, e tanto meno un appello alla dissoluzione della monarchia asburgica, né al distacco da essa, né al programma di una unità politica italiana.

È un appello alla trasformazione dell’Austria in uno Stato federale con istituzioni liberali… Ma nel frattempo scoppiano le cinque giornate e e la Storia della Lombardia, fatalmente, prende un’altra strada … gli avvenimenti prendono rapidamente la mano anche al Cattaneo: visto con sorpresa che l’insurrezione popolare si era scatenata, resisteva ed aveva probabilità di vittoria, egli ritornava sui suoi pensieri e vedeva che, sul momento, la necessità prima era di dare una guida unitaria alla insurrezione.

Riandando a quel momento, confesserà nel 1850:

Avevo sempre atteso a cose più alla mano e più pronte a friggere. Se mi avvolsi nel diavolezzo dei cinque giorni, fu per lo sdegno che mi fece la dappocaggine [insipienza, ndr] dei maggiorenti e dei loro barbieri e perché mi vi tirò per i panni quel buttafuori di Cernuschi e mi mise in punto di fare l’eroe per 48 ore.

All’alba del 18 marzo, richiesto di consiglio da amici, non persuaso che ci fosse una preparazione armata né un comitato organizzatore, sconsiglia ogni gesto inconsulto. Ma poi, rotti oramai gli indugi, Cattaneo suggerisce che il quartier generale degli insorti passi nel meglio difendibile palazzo Taverna.

Alla proposta altrui di un governo provvisorio, contrappone quella, accettata, di un Consiglio di guerra, indica i nomi dei componenti, e ne diviene il vero animatore. Si deve a lui se furono imposti ordine e disciplina, fu risparmiata la vita al Bolza (sgherro della polizia), furono trattati cavallerescamente gli ufficiali austriaci prigionieri. Nel contempo emanò proclami per rincuorare i combattenti rifiutò contro il parere della municipalità un armistizio di 15 giorni fatto chiedere dal Radetzky e poi un altro di 3 giorni invocato dai consoli stranieri.

Nel consiglio di guerra si oppose ad una votazione dei cittadini per invocare l’intervento di Carlo Alberto alle insistenze dell’emissario e mediatore del re sabaudo (conte E. Martini) perché a questi fosse fatta la dedizione della città insorta. All’alba del 22 marzo il Consiglio di guerra, assolto il suo compito, diviene un Comitato di guerra (una specie di Ministero della Guerra alle dipendenze del governo provvisorio).

Il Cattaneo entra nel nuovo Comitato non come presidente, (è eletto il conte P. Litta), ma, sia pure autorevole, come membro.

E non se ne compiace. Ricorderà molti anni dopo:

Dei miei tre compagni: uno (Giulio Terzaghi) non si curava; l’altro (Giorgio Clerici), non era buono da nulla e allora era fatto comandante della Guardia nazionale; l’altro (Cernuschi), era inviso ai mazziniani (Ceroni, Pezzotti e Correnti).

Tuttavia, anche nel Comitato di guerra la sua azione personale è rilevante: ancora nella giornata del 22 comanda una azione verso porta Ticinese, tenuta ancora dal nemico; provvede alle operazioni intese a sbarazzare le zone fra Lodi, Cremona e Crema e a istituire a Cremona un Comitato di guerra si oppone a una eccessiva burocratizzazione dei comandi militari, E alle resistenze dei vecchi generali all’utilizzazione di volontari, spinge anzi i volontari di Manara e gli svizzeri di Arcioni a intercettare le vie dal Tirolo, provvede di carte geografiche lo Stato maggiore piemontese che ne era, inspiegabilmente, privo. Tuttavia, vistosi continuamente intralciato dal governo provvisorio filo-piemontese, il 31 marzo 1848, insieme con gli altri tre membri del Comitato di guerra, dà le dimissioni.

Dirige un appello al Popolo Ungherese; Dopo di che, dopo dodici giorni di vita pubblica, gli unici della sua vita, torna a vita privata. Riprende così la sua attività di pubblicista. Il 3 luglio pubblicherà, su “l’Italia del popolo”, un articolo notevolissimo: statistiche alla mano, è un’esaltazione della parte avuta nell’insurrezione dalle Classi Popolari Milanesi.

Nel frattempo … Il 30 aprile ha un incontro con Mazzini (che nel frattempo sembra rassegnarsi, per amor di concordia, ad accettare la guerra regia). Viene chiesta a Cattaneo la sua collaborazione per: abbattere il governo provvisorio, proclamare la Repubblica invocare l’intervento armato francese. Non si intendono. E, nell’agitazione degli animi, corrono reciprocamente parole tanto atroci quanto ingiuste.

Nel frattempo, Cattaneo aveva avuto dal Governo provvisorio offerte di uffici: segretario generale alla Guerra, consigliere alla Pubblica Istruzione, redattore del giornale ufficiale, inviato straordinario a Londra. Rifiuta ogni incarico.

Quando già, nel luglio, le sorti della guerra regia volgevano al disastro si incontra (27 luglio) con Garibaldi per tentare in quei luoghi e sulle Alpi l’estrema resistenza viene nominato commissario di guerra per Lecco, Bergamo e Brescia
Il piano (da lui elaborato nell’agosto del ’48) prevede nelle valli bergamasche, a ridosso del confine svizzero, un’azione continuata, ad oltranza, di guerriglia.

La sconfitta e il ritiro delle truppe piemontesi la rendono però ineffettuabile. Il Cattaneo (con la moglie sofferente) ripara a Lugano, qui, con la partecipazione di Mazzini e di Garibaldi, si è costituita nel frattempo una Giunta d’insurrezione nazionale italiana, questa, il 9 agosto, invia Cattaneo a Parigi con la missione di invocare presso il ministro degli Esteri l’intervento della Repubblica francese contro gli Austriaci. Cattaneo giunge a Parigi il 16 agosto. Salvo un attimo di speranza ai primi di settembre, si rende ben presto conto che non ci sono concrete possibilità, l’opinione pubblica francesi (per tacer dei politici) malissimo informata, è contraria ad ogni coinvolgimento.

Col cuore in tumulto e in non buone condizioni di salute, chiusosi in casa Butta giù affrettatamente “L’insurrection de Milan en 1848” Il 22 settembre, ridotto a un quarto della prima redazione sulle mille pagine, è già in corso di stampa, esce il 25 ottobre. Subito impegnato nel redigere una versione italiana della Insurrection, Il 1º novembre Cattaneo è di nuovo a Lugano, Ne pubblica così una versione notevolmente ampliata. Tanto la redazione francese (di cui vengono fatte riproduzioni abusive che in Piemonte vengono sequestrate dal governo democratico), quanto la redazione italiana, possono circolare liberamente nella Lombardia tornata austriaca. Il governo austriaco ritiene conveniente diffondere le veementi pagine cattaneane sulle viltà dei maggiorenti moderati milanesi filosabaudi e sulle perfidie carloalbertine ispirate, secondo il Cattaneo, a interessi monarchici non nazionali.

A fine febbraio 1849 pubblica, anonimo, un mordace manifesto contro il Gioberti. Rifiuta qualunque ufficio offertogli di deputato a Genova, a Torino, in Toscana, e di ministro delle Finanze della Repubblica romana. Per le precarie condizioni di salute della moglie rinuncia all’idea di stabilirsi in Francia o in Inghilterra, rimane presso Lugano, in una modesta casetta fra il verde.

Nel settembre 1849 comincia ad occuparsi dell’Archiviotriennale delle cose d’Italia, (una raccolta di documenti relativi al triennio 1847- 1849, divisata in una trentina di volumi), resterà incompiuta (usciranno solo tre volumi). La difficile raccolta del materiale, che poi avrebbe dovuto essere conservato in una sorta di archivio-museo, lo tiene occupato nei primi anni dell’esilio, ticinese, trascorso anche in strettezze finanziarie.

Legge il colpo di Stato napoleonico del 2 dicembre 1851 in senso positivo: le ambizioni napoleoniche in Italia avrebbero sicuramente rotto la situazione stagnante dopo il fallimento del ’48 – 49.

Gode in quegli anni di grande prestigio nel Cantone:

  • per le relazioni personali che teneva con le figure eminenti del partito liberale – democratico allora al potere,
  • per la accreditata fama di uomo di studi, specialmente in materie economiche, ma non solo in queste.

Invitato dalle autorità, presentà nell’aprile 1852 un vasto piano per la riforma dell’insegnamento secondario nel Cantone. Questa sua proposta viena fatta propria dal governo e pubblicato nel giornale ufficiale cantonale. Proprio in relazione a ciò, nel 1852 viene nominato professore di filosofia e direttore (ma a questa carica rinunziò subito) a Lugano, in tal modo egli riesce a dare un aiuto economico anche ad altri proscritti italiani, anche non federalisti come lui, quali Giovanni Cantoni.

I rapporti fra i mazziniani “unitari” e i cattaneani “federalisti” si erano nel frattempo inaspriti: A ciò si aggiungeva l’atteggiamento minaccioso dell’Austria, che pretendeva l’espulsione dal Cantone degli esuli italiani e che giungeva fino ad un blocco economico, durato fino all’aprile 1855. Tutto ciò rende sempre più delicata la posizione di Cattaneo.